RISCOPRIRE IL SIGNIFICATO DELL’AFFIDO

Sintesi dell’intervento presentato alla Conferenza Nazionale della Famiglia

Milano  8, 9 e 10 Novembre 2010.

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L’affidamento familiare in Italia vive un momento piuttosto critico: ad affermarlo non è soltanto l’associazionismo familiare ma anche il settore pubblico che stenta a far decollare questo strumento tanto importante.

Tuttavia l’attuale situazione pare solo parzialmente imputabile alla vetustà dell’articolato della Legge 184: le maggiori critiche al “sistema affido” riguardano l’utilizzo inopinato e smodato dell’affido “lungo” e di quello “sine-die”. Che non sono da correlare direttamente a storture del dettato legislativo, ma al contrario all’allontanamento progressivo dallo spirito di quella Legge che, in modo innovativo e “futuristico”, ha disegnato l’affidamento famigliare come strumento temporaneo a favore dei minori e della famiglia di origine e non certo sostitutivo o equipollente all’istituzionalizzazione.

Quello che ai nostri occhi oggi si presenta, in gran parte di Italia, è un’aberrante terza via, che non possiede le caratteristiche né dell’affido né dell’adozione, se è vero, come ci testimoniano i dati, che più della metà degli affidi ha una durata superiore ai 4 anni.

L’affido è infatti utilizzato, in maniera pressoché assoluta, quale strumento di tutela minorile e “forzosamente” inserito nei progetti di nuclei familiari multiproblematici; forzosamente perché non è infrequente che tali famiglie siano considerate dagli stessi servizi di tutela troppo compromesse dal punto di vista sociale, irrecuperabili, e che quindi la caratteristica principale dell’affido, ovvero la temporaneità, sia compromessa a priori.

Alla base c’è un vero e proprio “inganno” logico e culturale tra la temporaneità dello strumento e la definitività, peraltro mai certa e assicurabile, della collocazione. La formazione stessa delle famiglie risente pesantemente di questo aspetto, tanto che anche le coppie che si presentano ai servizi dichiarando esplicitamente di scegliere l’affido quale scorciatoia all’adozione  manifestando così la loro inadeguatezza per tale Istituto familiare, sono considerate comunque risorsa dai servizi che possono disporre affidi lunghi e sine-die.

Se una modifica della Legge si deve proporre questa deve riguardare la tutela dei minori che si trovano in questa delicata posizione, quella cioè di non essere reintegrabili nella famiglia di origine ma al contempo di non essere nella situazione di pregiudizio estremo che la Legge prevede quale condizione per la dichiarazione di adottabilità.

E’ necessario quindi pensare e creare nuove formule giuridiche, che diano stabilità nella collocazione del minore senza dover torcere, come avviene attualmente per moltissimi minori, l’istituto dell’affido in qualcosa che non deve essere, ovvero un’adozione “leggera”.

Ma non è questo a mio parere il male più letale che attanaglia l’affido. Il problema è che l’eccezione (ovverosia l’affidamento di lungo periodo) ha superato largamente la regola (l’affido temporaneo) perché utilizzato come strumento di tutela, quindi riparativo, anziché come strumento di sostegno, quindi preventivo.

Siamo così preoccupati come servizi pubblici di mostrare come tuteliamo i minori dal Male, inserendoli in una famiglia “sana” che abbiamo finito con il dimenticare come quel Male sia nato comunque in un’altra famiglia che arriva nella rete del sistema giudiziario minorile quando ormai si è manifestata una problematicità gravissima: quindi si interviene sottraendo i minori da situazioni di pregiudizio, allontanandoli da famiglie “brutte” e “cattive” con cui nessun servizio poi riesce più a lavorare.

Il problema non è “cancellare” la tutela, che è purtroppo necessaria, piuttosto intercettare il problema sociale prima che degeneri in forme intollerabili per il minore, spendere tempo ed energia anche a favore delle famiglie problematiche, che sono comunque famiglie, a maggior ragione nell’affido che dovrebbe essere uno strumento PER loro e non CONTRO di loro.

Eppure guardando le campagne di promozione dell’affido queste sono rivolte sempre alla ricerca di famiglie disponibili all’accoglienza e pressoché mai alle famiglie con problemi proponendo loro soluzioni CONDIVISE. Al contrario se si vuole lavorare in campo preventivo, una materia difficile e scomoda dove bisogna “sporcarsi le mani”, bisognerebbe prioritariamente rivolgersi a queste famiglie, in maniera confidenziale, aprendo possibilità di ascolto non giudicante, quando ancora i problemi possono essere superati e risolti.

Il male vero dell’affido è proprio la concezione UP/DOWN tra famiglia accogliente e famiglia di origine. Finché penseremo alle famiglie che necessitano di un affido come utenti e non come persone, e non riusciremo a renderle partecipi del progetto, stabilendo insieme gli obiettivi da raggiungere e accompagnandole per l’intero percorso, l’affido perderà sempre più la sua nobile natura.

Vorrà pur dire qualcosa il dato sugli affidi condivisi, cioè quegli affidi dove la famiglia biologica chiede di farsi aiutare per un certo periodo della sua vita da un’altra famiglia che ne ha la possibilità, che riguardano una percentuale ben inferiore al 10% di tutti gli affidamenti familiari disposti dai servizi.

Per recuperare pienamente il valore solidaristico di tale strumento, che si accompagna alle dimensioni della temporaneità e dell’interazione tra i nuclei familiari, è necessario un vero cambio nella progettazione politica dei servizi sociali, e indicazioni a livello nazionale attraverso la pubblicazione di linee guida sull’affidamento familiare, ferme in bozza al 2006, condivise tra associazionismo e sistema dei servizi pubblici.

Luca Chiaramella – Presidente a.p.s. Polaris

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