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Rischiatutto!

Conoscere il rischio evolutivo nell’adozione di un bambino

La lunga strada che conduce all’adozione di un bambino, per la quale molte coppie si incamminano ogni giorno, è costellata di numerosi ostacoli e richiede oltre ad una solida motivazione, una approfondita conoscenza di temi molto delicati, riguardanti la sicurezza, la stabilità, la protezione da garantire al bambino che si vuole accogliere e crescere come proprio.
Venerdì 20 Maggio alle 21.00, presso la Chiesetta Santa Sofia, nel comune di Torre d’Isola si è svolto l’incontro dal titolo “Rischiatutto”, organizzato dall’associazione Polaris, che si occupa di fornire supporto, servizio e aiuto alle famiglie adottive o in attesa di diventarlo.
FotoIl tema dell’evento riguardava il rischio evolutivo che interessa i bambini adottivi, argomento di grande interesse e spesso motivo di ansia e preoccupazione nelle famiglie che si approcciano alle pratiche di adozione o di accoglienza.
A parlarne, un esperto del settore: il Dottor Salvatore Savasta, medico chirurgo specializzato in pediatria presso la Fondazione IRCCSS Policlinico San Matteo di Pavia, nonché giudice onorario del tribunale dei minori di Milano. Il dottor Savasta ha spiegato agli intervenuti cosa si intende per rischio evolutivo, in particolare nella delicata situazione dei genitori e dei bambini adottivi, introducendo la problematica delle malattie genetiche dal punto di vista scientifico e biologico e condividendo la sua esperienza pluriennale nelle corsie di ospedali e durante i colloqui con i genitori in veste di giudice onorario in tribunale.
Con grande chiarezza e una buona dose di ironia il Dottor Savasta ha sapientemente vestito ora l’uno ora l’altro ruolo per far sì che l’incontro, oltre a fornire alle coppie le conoscenze essenziali per avere una visione completa e consapevole del rischio evolutivo, fosse anche un’occasione di divulgazione scientifica alla portata di tutti. Infatti, nel trattare problematiche di ormai comune e crescente interesse, quali malattie genetiche come Sindrome di Down, ereditarie e degenerative, il Dottor Savasta ha stemperato la complessità di questi argomenti inserendo degli aneddoti ora toccanti, ora spiritosi che fanno parte della sua professione e della sua formazione universitaria e in ambito ospedaliero, suscitando curiosità e domande negli intervenuti, alle quali ha risposto con grande disponibilità e precisione in un contesto che, a differenza dell’omonimo Rischiatutto televisivo, è risultato molto disteso e conviviale.
Le coppie si sono confrontate tra loro e con il Dottore sulle insicurezze connesse alla variabile più importante nella vita di un essere umano, che coinvolge il genitore tanto quanto e forse più del figlio: la salute, e su quanto sia cruciale la consapevolezza del rischio evolutivo nell’iter da percorrere durante l’adozione e in generale nel ruolo di genitore, che le coppie adottive oggi devono letteralmente conquistarsi agli occhi della legge.
Per quanto il desiderio di crescere un bambino nell’amore e nell’armonia di una coppia che si ama, sia un requisito essenziale per essere dei buoni genitori, la conoscenza dei rischi legati al passato del bambino, alle condizioni della gravidanza e dei genitori biologici, che costituiscono una variabile non sempre nota, porta i genitori adottivi a mettersi in gioco, in un “Rischiatutto” che va affrontato prima di tutto con grande serietà, ma anche con la giusta cognizione di causa, altro imprescindibile requisito affinché si creino le basi per costruire il miglior ambiente per la crescita e il benessere di un bambino.

Martina Messina

Radici!

“The Indian” un film che racconta la ricerca delle proprie origini di un bambino di nome Koos peruviano adottato da una coppia di olandesi.

Per me non era un film nuovo, l’avevo già visto circa un anno fa, durante un incontro dedicato alle origini dei bambini adottati. Molto diverso lo stato d’animo e le emozioni – riflessioni che sono emerse ora a distanza di tempo.

Un anno fa io e Katia avevamo ricevuto da poco la notizia dell’idoneità per l’adozione internazionale, il film  aveva fatto nascere in me riflessioni ma che erano vaghe, probabilmente l’attenzione era anche concentrata su altri aspetti, la notizia di essere sulla strada giusta, la ricerca di un ente a cui dare il mandato, pur essendo consapevole dell’importanza delle origini di mio figlio non sentivo ancora del tuo mio questo aspetto legato all’adozione.

Cosa è cambiato da allora? Tantissime cose.

Avendo dato disponibilità per l’adozione internazionale, abbiamo poi conferito ad un ente, e attualmente siamo in attesa per l’adozione di un bambino o bambina che arriverà dal Burkina Faso.

Credo che un punto molto importante sia stato quello di aver sentito subito nostro il paese di origine di nostro figlio. Nostro per quello che è la traduzione in italiano di Burkina Faso, che vuol dire paese degli uomini integri, onesti. Nostro per quelle che sono le tradizioni culturali del paese.  Nostro anche a livello di continente, l’Africa, anche se in altre zone, è il paese che più abbiamo visitato.

Il bambino del film è peruviano e i genitori olandesi, tratti somatici molto diversi, per me è stato molto facile trovare l’accostamento con quella che sarà la mia famiglia.

Avremo al ritorno dal viaggio per andare ad accoglierlo, ancora non sappiamo quando sarà, immagino molti oggetti che ricordano il suo paese, la più importante non sarà un oggetto fisico, ma pur essendo una  cosa astratta la porteremo con noi.  Avremo con noi una valigia con dentro le sue origini. Sarà una valigia che non dovrà aprire da solo, ma dovremo aprirla insieme e conoscere insieme tanti aspetti sulla sua origine.

Un mese fa ho avuto la fortuna di partecipare ad un incontro sui viaggi di ritorno all’origine, organizzati per andare a rivedere i luoghi di nascita  e in cui si è vissuti prima di essere adottati, forse per noi è ancora troppo presto per parlarne, ma l’idea che un giorno possa succedere ci deve fornire stimoli per prepararlo al meglio, magari non lo faremo fisicamente, ma almeno mentalmente lo dovremo fare raccontando a nostro figlio quante più notizie possibili sulle tradizioni del suo paese.

Con i loro occhi

“Con i loro occhi” era il titolo della serata. Possiamo però dire “Con il loro cuore”. Quattro persone, quattro storie, quattro vite.

La “voglia di vivere” è stato il primo tema da affrontare.

Tema fondamentale, forse troppo difficile da ingabbiare e descrivere con le parole.

Tema che richiama profondi sentimenti. Sentimenti che si respiravano nell’atmosfera della stanza gremita con oltre settanta persone. Sentimenti che richiamano il tema dell’accoglienza, della forza e del coraggio utili a realizzare i desideri. Desideri semplici di persone semplici, con la loro voglia anche di sdrammatizzare con il gioco e le loro problematiche scolastiche: perché non servono super eroi. Serve “amore”: l’augurio di Nayuth, la più piccola del gruppo, a tutti i presenti.

Insomma una stupenda serata, all’insegna della genuinità, per la quale dobbiamo ringraziare Polaris, ma soprattutto Cristina, Juan Pablo, Flo e Nayruth.

Greg&Serena

Con i loro occhi!

Da una parte noi, occhi “assetati” e indagatori.

Dall’altra loro, quattro paia di occhi.

Occhi azzurri: non color del ghiaccio, ma azzurri come il mare con tutta la tranquillità e serenità che riesce a comunicare. Sì, qualche volta un po’ mosso, ma non in tempesta e comunque riacquistando sempre la sua calma.

Così come il mare che abbraccia l’orizzonte, anche questi occhi esprimono l’equilibrio ottenuto per aver quasi chiuso un cerchio. Manca solo un ultimo passo: dare la possibilità di vivere la stessa esperienza ad un bambino. L’adozione è “contagiosa”!!!

Occhi vivaci: di chi è curioso, desidera conoscere e, anche se un po’ timoroso di quello che può scoprire, si butta a capofitto, certo del sostegno incondizionato della famiglia, che c’è sempre stata per lui dal giorno dell’Incontro e che ci sarà per sempre ad aiutarlo a trovare la sua strada, sia quella già percorsa ma non nota sia quella futura.

Occhi determinati e sensibili allo stesso tempo, che ridono davanti ai falsi luoghi comuni e che esprimono la bellezza della diversità.

Occhi ricchi, che forse hanno sofferto molto, ma che esprimono l’importanza dell’unicità di ciascuno di noi e della dignità di essere persona, grazie ai genitori che li hanno accolti nella loro interezza. E che hanno capito che non c’è bisogno di gesti clamorosi per far sentire amata una persona, che basta anche solo fare un puzzle assieme!

Eravamo assetati e ci avete dato da bere: grazie di cuore!!!!

Laura&Luca

 

Una famiglia non basta!

Un proverbio del Kenya dice che “Per educare un bambino occorre tutto il villaggio”

Quando è maturata in me e mia moglie la scelta di diventare genitori adottivi, abbiamo pensato che questa esperienza non poteva rimanere privata tra noi due e il figlio che sarebbe arrivato.

I genitori insieme al bimbo o bimbi che entreranno a fare parte della famiglia saranno i protagonisti principali, ma un buon film oltre ai suoi protagonisti ha numerosi attori che danno il loro contributo.

La famiglia adottiva ha sicuramente bisogno del sostegno da parte della  famiglia “allargata” in cui possiamo trovare nonni, zii, amici

Persone che pur sentendo i nostri racconti sui colloqui con gli assistenti sociali e tutto l’iter adottivo fatto spesso di aspetti che dovrebbero essere migliorati; alcune volte non hanno piena conoscenza di cosa vuol dire accogliere un minore nella propria famiglia. E’ capitato di vedere pregiudizi legati forse ad una scarsa informazione e formazione su questa tematica.  Anche la famiglia allargata deve essere consapevole del ruolo che andrà a ricoprire quando diventeremo a tutti gli effetti una famiglia adottiva, quale migliore occasione se non invitarli a partecipare al seminario “Una famiglia non basta” .

Vedere alcune sere fa, persone conosciute da quando è iniziato il nostro percorso adottivo portare alla serata fratelli genitori amici, è stata una bellissima sensazione, vuol dire che i futuri genitori adottivi non saranno lasciati soli a vivere l’adozione come un fatto strettamente privato. Anche i futuri nonni zii e amici che ci accompagneranno nella quotidianità vogliono avere maggiore consapevolezza delle problematiche che un giorno potremo condividere con loro.

Nella storia di una famiglia adottiva , sarà comunque sempre presente la famiglia di origine di nostro figlio.

Mi ha colpito molto questa frase di B. Betthleim

“Il seme di un albero può si essere trasportato lontano dal luogo dove quell’albero è cresciuto, ma la nuova pianta, che da quel seme nascerà, può mettere radici solo nel terreno in cui esso è affondato: nella famiglia che ci ha allevato dall’infanzia”

Spesso i bambini che entrano nelle nostre famiglie hanno già vissuto una parte della loro infanzia nella famiglia di origine, dovremo raccontare a loro,  la loro storia , con l’aiuto della famiglia allargata dovremo però raccontare a nostro figlio una sola verità.

Beppe e Antonella hanno condiviso con noi la loro storia di famiglia affidataria, una scelta non sempre semplice, alcune volte ti sembra di non avere fatto nulla o poco per quei ragazzi – bambini che ti vengono affidati. Quando bagni una pianta, una parte di acqua ti sarà visibile, un parte invece bagnerà la parte posteriore e tu non puoi vedere i frutti che darà quell’acqua se non a distanza di lungo tempo.

Essere una famiglia affidataria ti porta anche al difficile e sofferto momento in cui devi lasciare il bambino che è rimasto con te per alcuni anni , ma non possiamo scegliere di non amare per non soffrire.

Il percorso dell’accoglienza , sia tramite un adozione che attraverso l’affido è un percorso da fare insieme , come dicono sempre in Kenya  “Se vuoi arrivare primo, corri da solo; se vuoi arrivare lontano, cammina insieme.”

E noi vogliamo arrivare molto lontano

 

Mauro, futuro papà adottivo

In contatto

Pensare all’acqua mi ha sempre dato sensazioni di benessere fisico e mentale; stare nell’acqua mi conferma queste sensazioni trasformandole in qualcosa di concreto, che vive sulla mia pelle. Scoprire e pensare all’acqua come mezzo per poter entrare in un contatto speciale e particolare con il mio futuro bimbo mi ha davvero stupita ed emozionata! Tra le tante parole chiave utilizzate dalla relatrice ce ne sono state tre che più mi hanno fatto riflettere: CONTATTO, CONDIVISIONE e CREATIVITA’. Il CONTATTO per la sua importanza fondamentale che ha in tutte le relazioni e in particolare quella tra un genitore e un figlio adottivo che si devono conoscere, sperimentare, creare una loro modalità unica. La CONDIVISIONE che c’è tra il genitore e il proprio figlio durante l’attività in acqua con la supervisione della psicomotricista; si tratta di un momento esclusivo per il genitore e il figlio, entrambi vengono “contenuti” dall’acqua e possono vivere questa situazione con il massimo della libertà stando comunque insieme, condividendo il momento. La CREATIVITA’, ovvero lo scoprire sempre modi nuovi ed originali di stare in contatto in acqua. Questa è la parola che più mi è piaciuta, più mi ha colpita e fatto riflettere: la creatività nasce proprio dalla dimensione particolare dell’acqua che cambia, addirittura ribalta le classiche modalità di condivisione che si creano tra genitore e figlio. Entrambi si devono abituare a questa nuova dimensione e devono trovare la loro modalità di stare in contatto che sarà unica, solo loro. IN CONTATTO Molto bella è stata la testimonianza di una mamma adottiva che ha seguito questo percorso in acqua per circa un anno e mezzo e che quindi ha potuto raccontare non solo la sua esperienza diretta, ma tutte le sue emozioni e le conquiste fatte da lei e il suo bimbo proprio grazie all’acqua. L’acqua può essere quindi una nostra valida alleata per creare un contatto e una bella relazione tra genitore e figlio! Chiara, futura mamma adottiva.

Una mamma scrive a “Presa Diretta”

Buongiorno, vi scrivo questa lettera perché profondamente amareggiata dopo aver visto la trasmissione “famiglie abbandonate”  del 25 Gennaio 2015 che mette in crisi il mondo dell’affido in primo luogo ed il mondo dell’adozione in secondo.  Mondi che sicuramente hanno delle deficienze che vanno sanate, delle fragilità che vanno rinforzate ma che hanno anche tante tantissime ricchezze che vanno riconosciute.

Avete parlato con i servizi ed i Sindaci di come e quando si procede all’allontanamento dei minori e di tutto quello che si fa per riportarli nella loro famiglia di origine in maniera sicura??? Avreste scoperto che il rientro del minore in un contesto sicuro rappresenta la priorità per i servizi. Avete chiesto ai Sindaci ed ai servizi quali sono le motivazioni che hanno reso necessario l’intervento dei tribunali? Avreste scoperto che dalla scuola, dai pediatri arrivano segnali molto forti di incapacità genitoriale: in molti casi genitori alcolisti e/o drogati rifiutano la disintossicazione; genitori con forti disturbi psichici rifiutano ogni tipo di sostegno; genitori ciechi difronte al maltrattamento compiuto dal convivente o dalla convinte; famiglie che mettono al mondo bambini e fanno pellegrinaggio in Italia ricattando Sindaci (o mi paghi l’affitto e mi dai i soldi per bollette e cibo o sarai costretto a sborsare 50 mila euro a minore ed io ne ho 5).

Vi siete mai soffermati a riflettere su cosa significhi la parola INCAPACE che utilizza il tribunale. Non è detta a caso. Non significa non saper cucinare le torte. Significa non sapersi prendere cura del figlio, non esser capace di soddisfare i bisogni primari del figlio. Per un tribunale, per gli psicologi, per una società civile questa è una priorità. Non è detto che questa incapacità permanga ma fino a quando sussiste il bambino deve esser aiutato.

Avete mai chiesto alle famiglie affidatarie quali disagi e quanti problemi hanno i bambini che entrano nelle loro mura? ai sacrifici che fanno quotidianamente per sanare cicatrici pazzesche? Avreste scoperto un mondo magnifico fatto di famiglie con una capacità di accoglienza e di amore impareggiabili. Le cicatrice dovute all’incapacità genitoriale in un bambino sono estremamente difficile da sanare e ledono non solo la capacità di relazionarsi con gli altri ma anche la capacità di imparare e di crescere.

Sono moltissime le ricerche effettuate (non da giudici onorari più o meno con conflitti di interesse) da esperti professoroni di grandissime facoltà anglo sassoni, che sottolineano come le famiglie affidatarie e l’adozione siano le migliori cure che possono avere questi bambini.

Vi invito a riflettere sul profondo danno che avete fatto a tutto il lavoro che associazioni, enti, giudici e volontari fanno quotidianamente per promuovere l’accoglienza familiare dei minori in stato di bisogno, o di quello che svolgono per migliorare la legge. Il grande danno a quelle case famiglie o piccole comunità con educatori che si trovano ad affrontare minori con seri problemi quotidianamente.  Con maggior enfasi vi invito a riflettere sul danno fatto ai minori in stato di affidamento ed a quelli adottati che da domani si chiederanno se in cambio di soldi sono stati portati via dalla loro mamma.

Nessuno vuole mettere in discussione il fatto che le comunità non siano una risposta adeguata al problema. Ma il vostro servizio mette in discussione un’altra cosa: che i genitori perdono la patria potestà per un capriccio di un giudice che vuole arricchirsi.

Profondamente amareggiata

Una mamma adottiva di Polaris

Festa di Natale 2014! L’accoglienza fa festa!

Con queste brevi righe voglio dire tanti grazie di cuore a tutti voi, sulla scia dell’entusiasmo portato dalla bellissima festa di Natale di ieri, 14 Dicembre 2014.

Un momento incredibile che ha riunito più di 85 tra adulti e bambini, in un momento magico di incontro, caratterizzato come sempre dalla familiarità dei gesti e dalla straordinarietà delle emozioni che reciprocamente riusciamo a comunicarci! Una Festa di Natale dove i protagonisti sono stati soprattutto i tanti bambini presenti (oltre 20!) con i loro giochi e la loro gioia e le famiglie adottive e affidatarie che hanno voluto incontrarsi e dirsi reciprocamente grazie. Con ieri credo che sia ufficialmente nata la comunità di POLARIS, ovvero quella rete viva e partecipe di persone, innamorate dell’accoglienza, che si sostengono e si “pensano” reciprocamente!

Ho ancora nelle orecchie il suono dei bambini in festa, il vocione di Babbo Natale, venuto a portare doni a tutti i bimbi presenti, il calore delle famiglie, ciascuna con la propria storia, con le proprie gioie e anche con le sofferenze, perché accogliere implica affrontare la piena gamma delle emozioni!

Lasciate allora che arrivi, sincero, la mia gratitudine a chi è stato protagonista ieri come sempre della nostra associazione!

sito polaris natale

Il primo grazie, enorme, va alle famiglie del tempo dell’attesa, che prima della Festa hanno prestato con grande generosità il loro tempo per occuparsi dei bambini mentre i loro genitori seguivano i due gruppi di postadozione! In ordine strettamente alfabetico di cognome Laura e Luca, Serena e Greg (che ha svolto anche le funzioni di segreteria in modo eccezionale), Elena e Fabrizio, Katia e Mauro, Livia e la sua mamma; e un grazie specialissimo a Chiara e Stefano (i primi ad arrivare e gli ultimi ad andarsene!) che hanno meravigliosamente organizzato questo gruppo di fantastici volontari con un energia ed un entusiasmo impagabili! Il valore di quello che tutte queste famiglie hanno fatto nel completo volontariato è inestimabile!

Un secondo grazie va a Laura, mamma di Kirill e Maria Chiara! I suoi fantastici disegni, donati a Polaris, posti sui biglietti augurali e sul calendario hanno conquistato davvero tutti e sono la chiave del successo anche di questa iniziativa, che sicuramente riproporremo. E come dimenticare insieme a lei la mamma di Barbara, una nonna premurosa e dolce, che ha preparato per tutti i bambini presenti la calza e il dono distribuiti poi da Babbo Natale?

Un grande grazie va a tutto il consiglio direttivo, a Nathalie, vicepresidente vulcanica e infaticabile, a Pietro il custode delle casse associative, grazie al quale l’associazione dorme sempre sonni tranquilli, a Barbara, operosissima segretaria, sempre presente, e a suo marito Matteo, che non fa parte ufficialmente del direttivo ma che lavora quanto gli altri! Posso testimoniare la passione che queste persone mettono in Polaris e l’assoluta armonia e unità di intenti che ci accomuna.

Grazie a tutti coloro hanno partecipato e hanno portato qualcosa da condividere con gli altri, innanzitutto la loro disponibilità a mettersi in gioco e confrontarsi!

E un grazie anche a chi ha fondato l’associazione e alle famiglie che l’hanno sostenuta con il loro volontariato e la loro competenza. Polaris non intende dimenticare le sue origini e tutte le persone che l’hanno pensata, amata e e aiutata durante i quattro anni della sua giovane vita!

Un buon Natale e un felice 2015 a tutti!

Luca Chiaramella – presidente POLARIS

POLARIS SUPERA I 75 SOCI

 

Raggiungere e superare quota 75 soci nel 2013, ad anno ancora in corso, è un risultato forse impensabile sino a 12 mesi orsono. Happy Family

Eppure a pochi giorni dalla fine di  Settembre celebriamo proprio questo bellissimo traguardo, volonterosi di crescere ancora per dare possibilità  a tante altre famiglie di mettersi in rete. 

L’esperienza adottiva trova nel sostegno di una rete di famiglie un supporto quasi imprescindibile. La capacità delle famiglie adottive di “normalizzare” anche situazioni estremamente complesse relative  nasce connaturato con il desiderio di adottare, creando uno spazio emotivo dentro di noi per i nostri figli, ma cresce e si rafforza all’interno del confronto con altre esperienze di accoglienza, che genera consapevolezza e speranza.    

Quindi non è il mero dato numerico che vogliamo sottolineare oggi ma come questo dato rappresenti l’allargamento della rete, l’ampliamento delle possibilità di confronto.

 Ciò che ci colpisce tra l’altro è che tra i 75 soci siano anche presenti operatori del settore accoglienza che scelgono di sostenere ed incoraggiare il percorso delle famiglie prestando gratuitamente tempo, competenze ed energie.

Logo-Polaris2.jpgEssere socio in Polaris, in un’associazione che promuove e sposa il volontariato vero, implica la volontà di “darsi” oltre che il bisogno di ricevere dagli altri e di essere segno profetico di un cambiamento culturale ed etico profondo verso una società dove l’accoglienza sia un valore sostenuto dalla comunità intera e promosso attraverso la gratuità.

 

Luca Chiaramella  – Presidente

CREDERE NELL’ACCOGLIENZA

Logo-Polaris2.jpgPolaris è un’associazione apolitica e laica che nasce dalla volontà di alcuni operatori del settore sociale e di alcuni genitori di valorizzare l’esperienza della famiglia come realtà di accoglienza. Accogliere è dare spazio, tempo, emozioni, amore, essere disposti a rinunziare ad un piccola o grande parte di se per l’altro.

In una società sempre più caratterizzata dalla cultura del “se” come principale orizzonte di vita l’esempio della famiglia accogliente è necessario e profetico, ovverosia capace di farci intuire una realtà significativamente diversa da quella vissuta quotidianamente.  Sappiamo come l’accoglienza non sia semplice, non sia “leggera”, non sia indolore. Presuppone fatica, impegno, rinunzia, sacrificio: parole scomode, dimenticate, fuori moda.

 Accoglienza presuppone soprattutto una scelta consapevole e personale di ciascuno. Spesso si da per scontata l’adesione motivata e partecipe di tutti gli attori nel processo di sostegno e si è incapaci di sentire le voci, flebili, dei più fragili, dei più deboli. Nell’accoglienza etero-familiare i “deboli” possono essere i minori accolti, le famiglie accoglienti abbandonate nel loro percorso di disponibilità, ma anche le famiglie di origine, i cosiddetti “utenti”, coloro che sono oggetto e non soggetto dei servizi prestati; Tutti siamo comunque e “solo” persone: chi crea e impone categorie vuole solo sfuggire alla relazione, perchè la relazione ci costringe innanzitutto a chiederci chi siamo noi! 

 Ognuno dei protagonisti dell’accoglienza ha la necessità allora di essere “pensato” come protagonista di questo percorso, di essere considerato, prima di ogni altra istanza, persona.

Polaris vuole garantire a ciascuno lo spazio per rivivere la dimensione dell’essere persona, ascoltando e accogliendo voci e sentimenti. Polaris crede nella persona come fondamento della famiglia. E crede che la famiglia sia il luogo naturale dell’accoglienza, sia essa accoglienza dell’altro, della vita o delle povertà che camminano sulla nostra stessa strada.

 Polaris  non vuole dare soluzioni, ma indicare, a guisa della stella polare per i viaggiatori, una direzione di marcia, un punto di riferimento sicuro al quale rivolgersi quando si pensa di non avere, o di non riuscire più a trovare,  la rotta del proprio cammino accogliente.

Indicare la direzione non vuol dire sostituire, dare risposte facili o “preconfezionate”: l’accoglienza non può avere ricette universali ma parte dalla conoscenza individuale, dall’ascolto di tutte le persone coinvolte.

 Tutti gli operatori e le famiglie di Polaris  hanno quale presupposto l’ascolto di chi si rivolge loro, riservando tempo e attenzione.

Nessuno di noi potrà garantire scorciatoie nel percorso delle famiglie accoglienti, a quello dei minori e delle famiglie di origine: la strada deve essere percorsa con fatica , per intero, da ciascuno. Possiamo però accompagnare questo cammino, fornire una direzione allo stesso, cercare di rendere partecipi, e non succubi, tutte le persone coinvolte.

 

Luca Chiaramella – Presidente a.p.s. Polaris

RISCOPRIRE IL SIGNIFICATO DELL’AFFIDO

Sintesi dell’intervento presentato alla Conferenza Nazionale della Famiglia

Milano  8, 9 e 10 Novembre 2010.

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L’affidamento familiare in Italia vive un momento piuttosto critico: ad affermarlo non è soltanto l’associazionismo familiare ma anche il settore pubblico che stenta a far decollare questo strumento tanto importante.

Tuttavia l’attuale situazione pare solo parzialmente imputabile alla vetustà dell’articolato della Legge 184: le maggiori critiche al “sistema affido” riguardano l’utilizzo inopinato e smodato dell’affido “lungo” e di quello “sine-die”. Che non sono da correlare direttamente a storture del dettato legislativo, ma al contrario all’allontanamento progressivo dallo spirito di quella Legge che, in modo innovativo e “futuristico”, ha disegnato l’affidamento famigliare come strumento temporaneo a favore dei minori e della famiglia di origine e non certo sostitutivo o equipollente all’istituzionalizzazione.

Quello che ai nostri occhi oggi si presenta, in gran parte di Italia, è un’aberrante terza via, che non possiede le caratteristiche né dell’affido né dell’adozione, se è vero, come ci testimoniano i dati, che più della metà degli affidi ha una durata superiore ai 4 anni.

L’affido è infatti utilizzato, in maniera pressoché assoluta, quale strumento di tutela minorile e “forzosamente” inserito nei progetti di nuclei familiari multiproblematici; forzosamente perché non è infrequente che tali famiglie siano considerate dagli stessi servizi di tutela troppo compromesse dal punto di vista sociale, irrecuperabili, e che quindi la caratteristica principale dell’affido, ovvero la temporaneità, sia compromessa a priori.

Alla base c’è un vero e proprio “inganno” logico e culturale tra la temporaneità dello strumento e la definitività, peraltro mai certa e assicurabile, della collocazione. La formazione stessa delle famiglie risente pesantemente di questo aspetto, tanto che anche le coppie che si presentano ai servizi dichiarando esplicitamente di scegliere l’affido quale scorciatoia all’adozione  manifestando così la loro inadeguatezza per tale Istituto familiare, sono considerate comunque risorsa dai servizi che possono disporre affidi lunghi e sine-die.

Se una modifica della Legge si deve proporre questa deve riguardare la tutela dei minori che si trovano in questa delicata posizione, quella cioè di non essere reintegrabili nella famiglia di origine ma al contempo di non essere nella situazione di pregiudizio estremo che la Legge prevede quale condizione per la dichiarazione di adottabilità.

E’ necessario quindi pensare e creare nuove formule giuridiche, che diano stabilità nella collocazione del minore senza dover torcere, come avviene attualmente per moltissimi minori, l’istituto dell’affido in qualcosa che non deve essere, ovvero un’adozione “leggera”.

Ma non è questo a mio parere il male più letale che attanaglia l’affido. Il problema è che l’eccezione (ovverosia l’affidamento di lungo periodo) ha superato largamente la regola (l’affido temporaneo) perché utilizzato come strumento di tutela, quindi riparativo, anziché come strumento di sostegno, quindi preventivo.

Siamo così preoccupati come servizi pubblici di mostrare come tuteliamo i minori dal Male, inserendoli in una famiglia “sana” che abbiamo finito con il dimenticare come quel Male sia nato comunque in un’altra famiglia che arriva nella rete del sistema giudiziario minorile quando ormai si è manifestata una problematicità gravissima: quindi si interviene sottraendo i minori da situazioni di pregiudizio, allontanandoli da famiglie “brutte” e “cattive” con cui nessun servizio poi riesce più a lavorare.

Il problema non è “cancellare” la tutela, che è purtroppo necessaria, piuttosto intercettare il problema sociale prima che degeneri in forme intollerabili per il minore, spendere tempo ed energia anche a favore delle famiglie problematiche, che sono comunque famiglie, a maggior ragione nell’affido che dovrebbe essere uno strumento PER loro e non CONTRO di loro.

Eppure guardando le campagne di promozione dell’affido queste sono rivolte sempre alla ricerca di famiglie disponibili all’accoglienza e pressoché mai alle famiglie con problemi proponendo loro soluzioni CONDIVISE. Al contrario se si vuole lavorare in campo preventivo, una materia difficile e scomoda dove bisogna “sporcarsi le mani”, bisognerebbe prioritariamente rivolgersi a queste famiglie, in maniera confidenziale, aprendo possibilità di ascolto non giudicante, quando ancora i problemi possono essere superati e risolti.

Il male vero dell’affido è proprio la concezione UP/DOWN tra famiglia accogliente e famiglia di origine. Finché penseremo alle famiglie che necessitano di un affido come utenti e non come persone, e non riusciremo a renderle partecipi del progetto, stabilendo insieme gli obiettivi da raggiungere e accompagnandole per l’intero percorso, l’affido perderà sempre più la sua nobile natura.

Vorrà pur dire qualcosa il dato sugli affidi condivisi, cioè quegli affidi dove la famiglia biologica chiede di farsi aiutare per un certo periodo della sua vita da un’altra famiglia che ne ha la possibilità, che riguardano una percentuale ben inferiore al 10% di tutti gli affidamenti familiari disposti dai servizi.

Per recuperare pienamente il valore solidaristico di tale strumento, che si accompagna alle dimensioni della temporaneità e dell’interazione tra i nuclei familiari, è necessario un vero cambio nella progettazione politica dei servizi sociali, e indicazioni a livello nazionale attraverso la pubblicazione di linee guida sull’affidamento familiare, ferme in bozza al 2006, condivise tra associazionismo e sistema dei servizi pubblici.

Luca Chiaramella – Presidente a.p.s. Polaris